Lo sport deve diventare sempre di più volano di inclusione delle persone con disabilità. Per questo sono necessari maggiori investimenti negli impianti e il superamento di barriere economiche e culturali
Intervista a Luca Pancalli, Presidente Comitato Italiano Paralimpico
Quale il bilancio per i nostri atleti e per il Comitato, dopo le paralimpiadi di Parigi? Cosa hanno dimostrato i nostri atleti?
“L’Italia torna dai Giochi Paralimpici di Parigi 2024 con un bilancio assolutamente straordinario. 71 medaglie complessive e il sesto posto in classifica sono la dimostrazione di quanto il Comitato Italiano Paralimpico abbia lavorato bene in questi anni insieme alle federazioni sportive, alle società, ai gruppi sportivi militari, ai tecnici e agli staff.
Per l’Italia si tratta del risultato migliore a una Paralimpiade da 60 anni a questa parte. Per trovare così tante medaglie vinte e un piazzamento migliore dobbiamo tornare ai primi Giochi Paralimpici della storia, quelli di Roma 1960. In quell’occasione l’Italia conquistò 80 medaglie e il primo posto nel medagliere ma stiamo parlando di un’edizione che vide la partecipazione di 400 atleti e di 23 Paesi rispetto ai 4400 atleti e le 184 Nazioni di oggi.
A Parigi i nostri atleti hanno vinto la scommessa di fare meglio rispetto a Tokyo 2020. Era difficile, l’asticella delle aspettative era altissima ma tutti insieme ci siamo riusciti. Un successo non solo sportivo, ma anche sociale e culturale. I dati relativi agli ascolti lo dimostrano. Grazie alla copertura che la RAI ha assicurato all’evento le Paralimpiadi sono entrate nelle case di milioni di italiani, permettendo al movimento paralimpico di ampliare il suo messaggio.”
Come lo sport può diventare strumento di inclusione delle persone con disabilità?
“Credo sia necessario innanzitutto lavorare per far sì che lo sport possa rappresentare sempre più un pezzo di politiche pubbliche del Paese e che si arrivi a somministrare lo sport come si fa con le terapie mediche. In questo modo si otterrebbe il duplice vantaggio di supportare il servizio sanitario nazionale e allo stesso tempo regalare ai cittadini occasioni di socialità, di confronto, di inclusione.
È quindi fondamentale che lo sport diventi sempre più un diritto esigibile da tutti, superando quelle barriere economiche, sociali e culturali che oggi impediscono a tante persone di accedere all’attività sportiva.
Altro aspetto molto importante è quello legato alla diffusione della cultura sportiva all’interno delle scuole. Occorre, a tal proposito, sottolineare il dato relativo alle strutture scolastiche: in 6 istituti italiani su 10 manca una palestra e solo 1 palestra su 10 è accessibile. Se non miglioriamo questo dato non riusciremo a far sì che lo sport diventi strumento per una piena cittadinanza delle persone con disabilità.”
Quali investimenti in materia di accessibilità agli impianti e permettere una loro maggiore partecipazione alle iniziative sportive?
“Comincerei innanzitutto a far funzionare e rendere accessibili gli impianti che già ci sono, pur considerando che molte infrastrutture sportive sono state costruite negli anni ‘70. In quest’ottica è più che mai necessario un censimento degli impianti del nostro Paese. C’è inoltre bisogno di personale qualificato che sappia accogliere le istanze provenienti dalle persone con disabilità che devono fruire degli impianti. Servono, insomma, investimenti nella scuola e nella formazione. Uno studente con disabilità, magari ispirato dalle gesta degli atleti paralimpici, deve poter svolgere attività sportiva a tutti i livelli. Compito della società rendere questo diritto esigibile.”
Come si è evoluto l’approccio alla cultura paralimpica in Italia?
“Tantissimo. Oggi possiamo dire che lo sport paralimpico è il paradigma di ciò che vorremmo accadesse nella società, di uno sport, in sostanza, che si fa strumento di trasformazione sociale. Il Comitato Italiano Paralimpico vuole dare il suo contributo per rendere il nostro un Paese migliore attraverso una silenziosa rivoluzione culturale che sta portando avanti da circa vent’anni.
La nostra mission non è solo quella di vincere medaglie ma soprattutto quella di insegnare ai cittadini con disabilità a guardare a ciò che hanno e non a ciò che hanno perso e, allo stesso tempo, far capire alla società civile che ogni individuo può dare un prezioso contributo per la crescita del nostro Paese, dal punto di vista economico, culturale e sociale.
Oggi, grazie allo sport paralimpico, tante persone guardano i nostri sportivi non più con pietismo o compassione bensì con l’attenzione che meritano. La gente ha capito che le atlete e gli atleti paralimpici sono un simbolo di resilienza e che lo sport paralimpico può regalare emozioni e passioni nella stessa misura di quello olimpico. Né superhumans né eroi sfortunati, quindi, ma atlete e atleti prima di tutto.”



